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Come viene diagnosticata la toxoplasmosi?

Sabato, 12 Gennaio 2019 12:40
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La diagnosi di toxoplasmosi è basata prevalentemente sulla ricerca e sulla quantificazione di anticorpi specifici (IgM e IgG) mediante immunofluorescenza indiretta (IFA) o dosaggio immunoenzimatico (EIA). Le IgM anti-toxoplasma compaiono nel corso delle prime 2 settimane di malattia acuta, con un picco tra la quarta e l'ottava settimana, prima di diventare indeterminabili (solo in certi casi, si possono riscontrare fino al 18° mese dall'infezione). Le IgG specifiche, invece, si formano più lentamente, raggiungono il picco in 1-2 mesi e possono rimanere alte e stabili per mesi o anni. In un soggetto sano, l'infezione pregressa produce un Toxo test negativo per le IgM e una positività delle IgG.

La presenza del Toxoplasma gondii può essere dimostrata mediante esami istologici, coltura e PCR per il DNA del parassita su campioni di tessuto e fluidi organici (sangue, LCR e liquido amniotico). Oltre a questi esami, possono contribuire a confermare il sospetto diagnostico di toxoplasmosi alcune indagini strumentali mirate, come tomografia computerizzata, risonanza magnetica, ecografia e oftalmoscopia.

Toxo test: che cos’è e come si interpreta il risultato?

Il Toxo test è un esame finalizzato a scoprire lo stato di immunizzazione nei confronti della toxoplasmosi che, se contratta in corso di gravidanza o nelle settimane che precedono il concepimento, espone al rischio di aborto, parto pretermine o danni visivi e cerebrali a carico del feto. Il Toxo test si esegue con un prelievo di sangue per ricercare e quantificare gli anticorpi IgG e IgM contro il parassita mediante EIA (dosaggio immunoenzimatico). Il riscontro delle immunoglobuline specifiche consentirà di avere una possibile diagnosi di malattia. Le IgM anti-Toxoplasma, in particolare, si formano nella prima fase dell'infezione acuta (in genere, entro 2 settimane dal contagio), quindi segnalano che la malattia è in atto; raggiungono il picco tra la quarta e l'ottava settimana, prima di diventare indeterminabili in 3-4 mesi. Le IgG, invece, compaiono più lentamente e rimangono in circolo per segnalare che l'organismo ha incontrato il parassita in passato. In un soggetto sano, l'infezione pregressa produce un test negativo per le IgM e una positività delle IgG.

Come leggere il risultato

In genere, il Toxo test viene consigliato all'inizio della gravidanza (o nella fase preconcezionale). La donna può risultare immune all'infezione, suscettibile (priva di anticorpi anti-Toxoplasma) o a rischio di trasmetterla al feto (se la toxoplasmosi è stata contratta proprio durante la gravidanza). IgG assenti, IgM assenti: indicano che la donna è priva di anticorpi anti-Toxoplasma, quindi non ha mai contratto l'infezione. Ciò significa che dovrebbe osservare scrupolosamente le norme igieniche finalizzate a prevenire l'infezione (non accarezzare animali selvatici o randagi, evitare la carne cruda e i salumi non cotti, lavare bene frutta e verdura ecc.) e deve ripetere il Toxo test ogni 30-40 giorni, fino al parto.

  • IgG assenti, IgM presenti: indicano che la donna non aveva mai contratto la toxoplasmosi in passato, ma nel momento dell'esame l'infezione acuta è in fase iniziale.
  • IgG presenti, IgM presenti: sta ad indicare un'infezione ancora in atto o recente (avvenuta fino a 3-4 mesi prima).
  • IgM assenti, IgG presenti: significa che la donna ha già contratto la toxoplasmosi in passato, ma non ha un'infezione in corso. Pertanto, può stare tranquilla per tutti i nove mesi e non è necessario che ripeta il test, in quanto non ci sono rischi per il feto.

Nei casi dubbi, occorre accertare la diagnosi quantificando l'avidità delle IgG (IgG a bassa avidità: infezione in atto o avvenuta nei tre mesi precedenti; IgG ad alta avidità: probabile riattivazione di una infezione pregressa e latente) e impostare una terapia antibiotica. È possibile, infatti, tentare di bloccare il passaggio transplacentare del parassita al bambino con un trattamento antibiotico a base di spiramicina o combinazioni di primetamina e sulfadiazina. Il bimbo con toxoplasmosi congenita, anche se apparentemente sano, dovrà essere monitorato almeno per il primo anno di vita, al fine di scongiurare possibili danni che possono insorgere nel tempo. Deve essere comunque ricordato che, nella donna in gravidanza, l'infezione non implica necessariamente il contagio del feto.

Toxoplasmosi in gravidanza: come si accerta la trasmissione dell’infezione al feto?

La probabilità di trasmissione della toxoplasmosi al feto varia in funzione del periodo gestazionale in cui la madre ha contratto l'infezione: il rischio è basso all'inizio della gravidanza ed aumenta con il progredire del tempo. Al contrario, la gravità dei danni riportati dal figlio è tanto maggiore, quanto prima si verifica la trasmissione materno-fetale. Nei casi di infezione contratta entro il sesto mese di gestazione può verificarsi un aborto spontaneo, un parto prematuro oppure il feto alla nascita può presentare corioretinite, idrocefalo (o microcefalia) e calcificazioni intracraniche. A questi segni di carattere neurologico possono associarsi eruzioni cutanee, atrofia del nervo ottico, nistagmo, ittero, miocardite e polmonite.

In caso di toxoplasmosi materna probabile ed accertata dal Toxo test, per sapere se effettivamente il Toxoplasma gondii ha oltrepassato la barriera placentare ed infettato il bambino è indicata l'esecuzione di un'amniocentesi (non prima della 15a settimana di gravidanza). Il campione di liquido amniotico prelevato durante l'indagine e sottoposto a PCR (reazione a catena della polimerasi) permette di confermare l'eventuale presenza del DNA del parassita, quindi diagnosticare il contagio fetale. Dal monitoraggio ecografico, invece, possono risultare chiari i segni di danno fetale (calcificazioni intracraniche, idrocefalo, epatomegalia, ritardo di accrescimento intrauterino). Dopo la nascita, il sospetto di toxoplasmosi congenita è confermato essenzialmente da indagini sierologiche e dalla presenza di segni di malattia, i quali possono comparire anche a distanza di anni, soprattutto in assenza di terapia. 

In quali modi si può contrarre la toxoplasmosi?

L'uomo può contrarre la toxoplasmosi con diverse modalità. L'infezioni è acquisita soprattutto per via oro-fecale, in seguito all'ingestione di oocisti mature di Toxoplasma gondii presenti nel terreno, nell'acqua o sugli ortaggi contaminati da feci di gatti infetti. La manipolazione della lettiera destinata alla raccolta delle feci del felino domestico o le normali attività di giardinaggio possono esporre al rischio di contrarre l'infezione. La contaminazione dell'acqua è problema rilevante soprattutto nei Paesi in via di sviluppo e riflette l'influenza di scadenti condizioni igieniche.

Tuttavia, le fonti di contagio maggiori sono le carni crude o poco cotte di un altro ospite intermedio (es. agnello e cacciagione). Prosciutto crudo, salame o altri insaccati di maiale (soprattutto quelli di produzione artigianale) sono più frequentemente contaminati rispetto al manzo. Anche il latte di alcuni mammiferi (bovino e suino) può veicolare il parassita. Questa modalità di infezione, però, è meno frequente, in quanto i parassiti vengono rapidamente distrutti a 50°C e non resistono alla pastorizzazione.

Rappresentano un'eccezione la trasmissione attraverso gli artropodi (come mosche, scarafaggi e lombrichi che possono veicolare le oocisti del Toxoplasma gondii dalle feci) e tramite trasfusione di sangue (o emoderivati) e trapianto d'organo. La toxoplasmosi, inoltre, può essere trasmessa per via transplacentare dalla gestante al feto.

 

 

 

 

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